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I 283 ''no'' che bloccano le grandi opere

Nimby

Ritorno al nucleare, sicurezza, gestione dell’emergenza, sono temi all’ordine del giorno dell’agenda politica del Paese. Come pure è di grande attualità l’opposizione strenua alle grandi infrastrutture, come testimoniano i 283 impianti rimasti al palo nel 2009 perché oggetto di feroci contestazioni. Contestazioni aumentate del 7% rispetto al 2008.

Nimby

Dal 2004 Nimby Forum analizza il fenomeno delle contestazioni territoriali alle grandi opere. Nimby sta per “not in my back yard”, “non nel mio giardino”. Un fenomeno che in Italia è in continua crescita e che nel corso degli anni ha mutato e ampliato le sue caratteristiche: dalle opposizioni dei cittadini preoccupati per il proprio territorio e per la propria salute, il fenomeno si è allargato fino a diventare un terreno di scontro tra diversi schieramenti politici, e persino tra istituzioni centrali e locali. Anche perché – spiegano gli esperti dell’Aris che redigono ogni anno il dossier Nimby – i temi legati allo sviluppo infrastrutturale ed energetico sono tra i più utilizzati per spostare l’opinione pubblica. E, di conseguenza, le posizioni dell’elettorato. Così se fino a un anno fa si poteva parlare di “Not in my backyard” oggi sarebbe più corretto parlare di “Not in my term of office” (“non durante il mio mandato elettorale”), in un quadro nel quale tendono a prevalere gli interessi locali, particolari, quando non esplicitamente individuali. Interessi che durano spesso il tempo di una competizione elettorale.

Nimby

152 nuovi casi
Il fenomeno riguarda indiscriminatamente tutti i settori e ogni tipo di impianto o infrastruttura: termovalorizzatori, discariche, impianti per la produzione di energia, rigassificatori, infrastrutture viarie o ferroviarie. Solo nel 2009 ci sono stati 152 nuovi casi di protesta. Sono aumentati quelli di opposizione alle centrali a biomasse (70 casi contro i 52 del 2008) e agli impianti eolici (20 contro i 5 di due anni fa) e, per la prima volta, si sono rilevate opposizioni a tre parchi fotovoltaici, segno che gli impianti a fonte rinnovabile «risultano essere oggetto di un consenso di forma più che di sostanza, ove l’approvazione viene meno nel momento in cui vengono installati sul proprio territorio», si legge nel rapporto.

Presi di mira
Il settore elettrico ha il primato delle contestazioni con 160 opere al palo, ovvero il 56,5 per cento del totale delle infrastrutture oggetto di critica. Ha persino sorpassato il comparto dei rifiuti (sceso nel 2009 al 33,6%), con 41 termovalorizzatori e 38 impianti per il trattamento dei rifiuti, che invece aveva primeggiato le classifiche degli anni passati, anche in concomitanza con l’emergenza rifiuti in Campania. Questo significa che verso il problema «c’è una minore attenzione, nonostante il perdurare di situazioni di emergenza».

Nimby

L’importante è contestare
I focolai di contestazione sono soprattutto al nord, un dato in linea con quello degli anni passati. Qui si trovano infatti il 50% delle infrastrutture prese di mira. Mentre al sud e al centro si trovano solo il 20% delle opere bloccate. Per quanto riguarda i “soggetti” coinvolti nella contestazione, sono i Comuni i primi in classifica. E non tanto i Comuni interessati all’opera (68,3%) quanto quelli limitrofi (85,6%). «Un chiaro segnale – sottolinea il rapporto – di come questi soggetti si sentano spesso penalizzati perché non coinvolti nella scelta degli impianti. Se poi si guarda allo schieramento politico dell’amministrazione locale, si scopre che i maggiori contestatori sono i Comuni guidati dalle liste civiche (59,3%), a seguire quelle di centrosinistra (20,7%) e centrodestra (19,9%). A guidare le contestazioni sono soprattutto i movimenti di cittadini (40,7%), subito dopo gli Enti pubblici (31,4%). Mentre a livello locale spesso si blocca un’opera solo per motivi politici (14,8%) perché a proporla è stato lo schieramento opposto. L’impatto che la nuova opera può avere sull’ambiente (26,1%) rimane il primo motivo di contestazione, segue la salute (13,6%), in coda le motivazioni puramente estetiche (3,8%).

Paola P. Testa per DNews

 
 
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